tracce del passaggio. orme nel paesaggio. tenta l'assaggio per nulla saggio.
Un po' di panico mi assalì appena la vidi finita. Nonostante questo, dopo l'ennesima notte a trafficare con i miei attrezzi, mi ero addormentato lì affianco. Al risveglio mi feci un bel caffè bollente e mi sedetti sulla scatola degli ultimi componenti montati; in quel momento, una strana ansia mi prese dentro. Ora cosa ci avrei potuto fare? se fossi tornato indietro dove sarei andato? e quando? a pensarci sarebbe stato un peccato far vedere a mia madre trent'anni fa come sarei stato oggi. Che crudeltà metterla di fronte a tutti i nostri errori e condensarglieli in una goccia di fiele servito liscio. O ritornare a certi episodi per modificarli … avrei dovuto compiere un immane lavoro di modifiche in successione per arrivare sempre e comunque allo stesso risultato finale. L'oggi.
Dopotutto il presente è un lasso di tempo che forse non c'è. E', forse, solo il confine in movimento tra passato e futuro.
Nel futuro? sarei stato l'unico incosciente della mia condizione e gli altri mi avrebbero preso per un folle, la mia proiezione futura magari non avrebbe voluto rivedersi, alle volte la vita … e poi sarei venuto a conoscenza di troppe cose tutte insieme.
Decisi di rendere la macchina comunque più piacevole da abitare, più comoda sarebbe stata molto meglio. Inevitabilmente la poltroncina del comando si trasformò in un dolce giaciglio concavo ed accogliente, l'aspetto un po' troppo tecnico della plancia di controllo si ammorbidì parecchio smontando qualche bottone e sostituendolo con luci di vari colori e piccoli supporti per disegni, disegni di cose che mi erano sempre piaciute: da piccolo disegnavo spesso (se non sempre) i soliti paesaggi con casette minute e tanti paracadutisti. Qualche disegno lo avevo ancora e mi sembrò un buon motivo per metterli in mostra. In una scatola misi, in piedi ben disposte, ma con nessun ordine, tutte le lettere che avevo ricevuto dagli amici, dalle ragazze, da mia madre, dalla Marina. Avevo fatto un anno nella Marina, ma non mi era mai capitato di scrivere lettere ai civili (li chiamavamo anche borghesi, senza riferimenti politici o sociali, più che altro per via della divisa, che loro non avevano) per invitarli a passare del tempo con noi, ci sarà stato un corpo scelto per queste cose.
Fantasie ne avevo fatte molte costruendo questo marchingegno, che non si muoveva eppure mi permetteva di viaggiare, era bello, ma cercavo di tenerlo nascosto a tutti. Avevo immaginato tutte le cose che si sarebbero potute realizzare con un mezzo così potente. Però ero ancora combattuto sul fatto di farlo conoscere agli altri. Bello potersi spostare nel mio futuro e vedere che cosa avrei combinato della vita che mi filava tra le dita come una cima inzuppata.
Quanti sogni e quante speranze. Alle volte nei sogni entravano pure dei pensieri tristi, forse, per rendere le visioni più reali. Erano comunque ben accetti.
Oggi era il grande giorno. La vedevo qui, finalmente pronta. Per godermi il meritato riposo le mie ultime modifiche erano proprio state la ciliegina sulla torta. Mi accoccolai nel morbido cucchiaio che mi ero procurato per dirigere tutte le operazioni e ripensai a tante cose del passato e cercai con insistenza di tornare all'ultimo momento di felicità pura che avevo goduto. Feci molta fatica già a capire cosa avesse rappresentato per me felicità, ma con un minimo di lucidità focalizzai il punto.
Ne scorsi di situazioni e immagino la mia faccia al sopraggiungere dei vari ricordi. Buffa non c'è dubbio. Arrivai ad un punto che mi rapì. Non era un'immagine precisa, anzi un vedere vago ed indistinto un colore non definito, ma era forte l'impressione che quello fosse il punto che cercavo: la mia felicità più grande era la fedele riproduzione di uno stato d'animo preciso. In quello stesso istante si stava ripresentando come se lo vivessi direttamente.
Mi stavo lasciando amare.
Non l'avevo nemmeno messa in moto e la macchina aveva già fatto il suo dovere.
Magari non la spegnerò, posso lasciare che si spenga da sola.
Volevo che il viaggio fosse lento, che fosse esso stesso a guidarmi. Il tempo m'ingannò e nella confusone credetti di aver viaggiato molto e per molti chilometri. Giunto, m'avviai verso il mio vecchio quartiere. Finsi di venire incrociato da un ragazzo che mi chiedeva: 'Come ci si sente a tornare nella propria terra dopo così tanto tempo?'.
Effettivamente erano quindici anni che mancavo, ma l’emozione non m'impedì di rispondergli:
'Marco un altro giorno sul calendario. Anche oggi ho cercato di sfruttare al Massimo le ore a mia disposizione. Mi sono stancato molto ma la soddisfazione è tanta visti i risultati. Ho ancora una cosa da finire. Cammino lento non per spossatezza, ma per seguire con attenzione una Stella che pare guidarmi, in questa buia Sera, fino al porto. È lì che ho i ricordi più intensi di questa città. Li ho legati a barche che uscivano dal porto e si perdevano tra Le onde. La brezza Marina ora me li riporta ad uno ad uno con una cadenza esasperante, prima ancora di sentire il profumo della salsedine. Il vento del sud purtroppo ha fatto il suo dovere e ha spazzato il cielo rendendo Chiara la notte e scoprendo una luna di una rotondità femminea. La notte: credevo rimanesse cuPa o lo speravo. Ero uscito con un proposito che sarei riuscito a fermare soltanto con una lucidità che ormai avevo perso. Per certi gesti manca un ManuAle, non c’è esperienza che guidi. Sei solo in quei momenti. Sono solo ed ho proprio cercato l’oscurità per fuggire gli sguardi che di giorno animano quelle banchine. Forse, in fondo, cerco complicità e le titubanze mi avvolgono coM’aura ancora più scura di quella che materialmente avevo inseguito. Una scena Barbara il mio tormento nel fuggire i testimoni del mio gesto, persino la luna, convinto che l’ombra si noti solo quando c’è la luce. L’ombra è dentro di me. La paura che un’azione siMile nasconda un retroscena che possa tradire la mia intera vita costruita sulla serietà e la professionalità. Sarà pudore forse? Scelgo finalmente il luogo deputato ad accogliere questo ultimo, disperato, gesto. Sono ormai in caduta libera. Quale grande uomo cadendo Giù seppe mai tornare al fasto. Non certo io ho le doti per lottare contro natura seppuRe nato con Marte in Venere. Tra moli e torrette scorgo uno specchio d’acqua calmo e in un angolo, sotto di alcuni gradini un vecchio pescatore si sta appisolando riparando le sue reti. Almeno Lui, sa cosa ho intenzione di compiere? non può immaginarlo, anche se la brezza potrebbe tradirmi. I suoi compagni sono ancora sottocoperta, non li sveglierà ancora: andrà Giù, li avvicinerà solo quando sarà allo stremo per farsi dare il cambio. La mia felicità ancora in balia dei giudizi altrui: pure in questi istanti mi preoccupo di cosa può pensare di me chi mi vede; allora non resta che una cosa da fare mi strappo il coraggio dal petto e lo stringo in una mano e con l’altra estraggo dalla tasca della giubba un sasso. Un sasso di fiume, levigato come la pelle della donna che lascio. Sorrido piano e lo lancio forte. Il sasso con la scia celeSte fa nove balzi e s’inabissa. Ora porta con sé i miei timori, e le mie illusioni, tornerò qui un giorno, ma per ora procedo sereno verso casa.'
Il giovane era riuscito ad appuntarsi tutto con precisione, ma chi era? Non avevo mai sentito parlare di cronisti che si interessassero agli ex postini. Magari era uno di quei giornalisti troppo lenti per muoversi dietro alle notizie, uno pigro, che amava render conto della vita dei propri concittadini, confondendo fantasia ed esperienze altrui in storie che parevano reali. Per raccontare una vita parallela, possibile, non vissuta solo per indolenza.
Lo lasciai, avevo da completare ancora il mio progetto…
Mi andai a sciacquare la faccia e tornai a sedere. In strada il movimento era reale, ma non m'incuriosì a tal punto da distogliermi dalla mia febbre.
'Da quassù la terra mi sembrava diversa, il mare piccolo e la solitudine fredda. In tanti sentendomi partire avevano gridato con una voce fragorosa:
'Non guardare giù.'
Non era possibile, non ci ero abituato e poi era bellissimo da vedere: era come volare. Credo. Stavo in mare da tanto tempo che a memoria non ricordavo d'aver fatto mai altro.
Fatalmente, mi ero sentito abbracciare caldamente, crebbe la sensazione di tepore, fino al distacco.
'Va pure, ma non guardare giù.'
Secondo me lo dicevano perché non ricordavano quanto fosse divertente tremare ed avere caldo nello stesso istante, ' una nuvola è cosa passeggera' dicevano i vecchi. Io vi stavo andando incontro, guardando ora giù, ora su. Giù era come aprire gli occhi la prima volta, su invitava a chiuderli assaporando i nuovi profumi, la luce ed il vento.
Non è semplice essere una goccia in mezzo al mare.
Adesso ero uno sbuffo in una nuvola, un vanitoso cirro e veleggiavo tagliando la costa da est. Avanguardia, retroguardia, qui si che le cose cambiano in fretta, il caldo il freddo, tutti ti dicono che cosa fare, anche se non si fa che andare avanti verso l'inevitabile terra e tutti ne eravamo consci. Le voci corrono, tutti speravamo in qualcosa. Non venivamo dallo stesso mare, né tutti dal mare. C'era chi si trovava in viaggio da molto tempo ed in quella pausa ci avrebbe potuto raccontare un mare di storie. Facevamo corpo compatto, per quanto ci fosse possibile, per dare ascolto a quei veterani. Personalmente l'idea di poter diventare fiocco di neve mi rendeva più leggero il lungo viaggio Tuonanti contrasti nelle retrovie mi avevano fatto temere di non riuscire a vedere le montagne. Chi credeva di non poter sopportare il rigore dell'inverno si era separato impennando e gonfiandosi d'orgoglio. Lampi nella notte e poi dissoluzione.
Ogni tanto guardavo giù e timidamente gongolavo vedendo già le prime alture e poi i crepacci, la vegetazione rada ed in fine un gran freddo, ci stringemmo gli uni agli altri e ci addormentammo. Il freddo era difficile da non sentire, ma il vento era cessato, non ci restava che goderci nuovamente il sole, che ci faceva luccicare come diamanti e il panorama delle valli che ospitavano rigogliose foreste e fiumi danzanti. La rima è un vago ricordo di quando, da ragazzo, mi tuffavo sugli scogli con gli amici facendo la gara a chi saltava più alto. Brillavamo nella luna e cercavamo di ascoltare gli innamorati rubando qualche parola, scintillando nei loro sguardi.
Ricordi struggenti ai quali ci abbandonavamo, coi quali ci abbandonavamo sciogliendo il lungo abbraccio di cristallina purezza. Basta con la memoria ora doveva correre il nostro essere, verso valle tra le zolle e i fili d'erba, ognuno per una strada diversa, ma sempre verso valle. Sembravamo non avere regole, ma una direzione, quella era certa, si diceva fossimo destinati a tornare al mare. Ubriaco di sole barcollavo e seguivo i miei compagni. Fummo presto in una crepa del terreno e lì credemmo di esserci persi
Rocce fredde e buio mesto ci tolsero l’entusiasmo della corsa fino ad un anfratto di terra rossa come il fuoco dove stemmo a lungo senza rimpiangere il cielo o il mare.
Irruppe il sole quando ormai il tempo non dava cenni di volersi occupare di noi. Mani gentili diedero forma a noi ed alla terra rossa rendendo triste il possibile distacco. Grandi curve e dolci dettagli, rotondità proprie dei flutti e fantasia rubata alle vette dei monti. Eravamo la cosa più importante per quelle amorevoli mani, lo sentivamo e rispondevamo al meglio ai loro desideri, con spontaneità.
Manici, beccucci, nessuno spigolo, una levigatezza di donna che alcuni di noi ricordavano a stento, nonostante i numerosi incontri con numerose donne:
eravamo abituati ad indugiare preso riva godendo il sole e la luna, per molti di noi la luna era più cara dati gli argentei riflessi che dona alle onde; liti furibonde agitavano la risacca quando il salino tentava di contendere all’acqua il diritto di vantarsi per le creste più brillanti . In certe notti estive facevamo a gara per sfiorare qualche donna dando loro un brivido e loro a noi. Ora il brivido era nostro. Le mani dovevano essere di donna.
Come di donna il gesto curato che ci copriva di colori e arcobaleni, fiori privi di profumi. Le stesse mani appena sciupate dal continuo contatto creativo con l’argilla. Il controluce ce la consegnò timidamente buia e snella con una chioma vaporosa che ricordava nubi gonfie di pioggia, la sua bellezza si espresse in pochi gesti, rivelò la sua grazia con colori e forme essenziali, dosati con innata abilità ed esperienza.
A quei pochi che erano stati a lungo in mare la smisurata bellezza che sgorgava dalla voce con la quale accompagnava ogni movenza ricordava le sirene. Dal controluce nessuno aveva ricevuto l'immagine della creatura del mare, ma ora più d'uno nutriva dei dubbi. Vibravamo quando alzava il tono della voce e rimanevamo sospesi nelle pause apparentemente eterne.
Dolce prigione l'opera della sirena. Restammo al suo fianco per lungo tempo. I viaggi al pozzo e le camminate lungo i campi dorati o gli alberi spogli, profumi di frutti maturi e distese innevate. Novelli Caronte per fratelli che avevano seguito destini diversi, abbracci e lacrime si alternavano a racconti stupefacenti e meravigliosi.
Le canzoni si spandevano per la campagna spianando la strada al sole. Stella di fuoco, di amore, di carezze vellutate sul bene e sul male certo che anche un fiore desse un'ombra e anche la lama di una falce potesse brillare.
Tornare al mare non fu possibile. Restammo lì tra colori brillanti, voci celesti, forme perfette per un tempo non consono alla vita d'un solo uomo.
Sentivamo voci dire: 'È un vaso, terra rossa'. Altri guardavano esterrefatti dall'armonia che riuscivamo ancora ad esprimere e dicevano: 'La cultura di un popolo si vede nell'arte donata ad oggetti d'utilizzo comune'.
Una voce dal fondo del salone approfittò della pausa anticipando il nostro immaginoso intervento nel dialogo: ‘E nessuno mette vino nuovo in otri vecchi; altrimenti il vino nuovo spacca gli otri, si versa fuori e gli otri vanno perduti. Il vino nuovo bisogna metterlo in otri nuovi.’ (Luca 5,37-38). Appena in tempo; avremmo raccontato con voce quasi indecifrabile che provenivamo da un epoca in cui l'uomo e la natura navigavano sulla stessa rotta, l’uno cantando, l'altra con colori brillanti, voci celesti, forme perfette, per un tempo non consono alla vita d'un solo uomo. Era stato tempestivo e ci aveva conferito un’immagine dignitosa con un retrogusto di congedo senza quella malinconia che avrebbe potuto intridere le nostre parole '
La fame ora si faceva sentire, mordeva forte. Irruppe il sole quando ormai il tempo non dava cenni di volersi occupare di me. Ogni tanto guardavo fuori e timidamente gongolavo vedendo il coro di alture ed i crepacci d'oro immersi nell'alba. Quando uscivamo tra amici, in certe notti, estive facevamo a gara per sfiorare qualche donna dando loro un brivido e loro a noi. Ora il brivido era mio. Le mani erano di donna. Mi distesi, sempre seduto, e rapito dalla mia febbre piegai il foglio, lo infilai nella busta affrancata, scrissi il suo nome e gliela affidai chiedendole, come cortesia, di spedirla in giornata.
'Presi le ordinazioni dei miei colleghi ed uscii. Mi ero offerto di andare a prendere i caffè per tutti, oggi erano sette anni esatti che lavoravo con loro, o con la maggior parte.
La giornata tiepida invogliava ad una deviazione e raccolsi l'invito passando per il mercato. Adoravo camminare per quei vicoli che senza banchi e battitori sembravano delle autostrade da tanto che s'impoverivano. L'arrivo era un battesimo la permanenza una comunione con tutti i presenti. A me piaceva entrarvi dal porticato che anche se non rappresentava l'ingresso mi calava in una realtà parallela.
Ai primi banchi dell’abbigliamento non mi fermavo mai, se non per necessità. Sono un goloso ed al mercato non mi smentivo. Guardavo tutti i banchi di verdura, alimentari di ogni genere, le pollerie e tutto ciò che riguardava la cucina, speravo di trovare qualcosa di novo, sconosciuto per chiedere al venditore cosa fosse e poi farmi spiegare cosa farne una volta comprato. Alcune risposte mi facevano pesare il fatto che si dovesse venire a lavorare tutti i giorni, risposte secche, come se stessi solo cercando termini nuovi da inserire in un vocabolario. Altri, comunque la maggior parte, mi descrivevano anche il gusto per poi introdurmi alla spiegazione di una ricetta in cui inserire quella novità, quasi sempre alimenti esotici, estranei alla nostra tradizione. Ero goloso e si notava, me ne accorsi il giorno che chiesi ad un ragazzo africano come usare una farina che teneva sul banco, era grossolana, un tubero sminuzzato. C’era scritto come cuocerla sul pacco, però feci finta di non averlo notato. Asaro ci mise circa un quarto d’ora a darmi il resto perché mi fece sedere dietro il banco a spiegarmi come preparare l’eba, un piatto d’accompagnamento per dello stufato di carne, come noi potremmo fare con uno sformato di riso in bianco. Mentre mi parlava serviva con molta familiarità altri clienti i quali salutavano anche me oramai in confidenza con Asaro, per nulla geloso. Ero goloso al punto da mimare con la bocca l’assaggio di quel piatto semplice all’estremo, pregustando un sapore che mi pareva strabiliante per il solo fatto di rappresentare la novità.
Continuai la passeggiata tra i banchi salutando rapidamente i commercianti che più frequentemente mi servivano per la spesa. Trovai Elio come sempre in piedi su un cassetta vuota che gridava offerte stracciate di frutta che praticamente non teneva, mai. Se vedeva qualche donna di fronte al suo banco, con una voce ben più garbata le cantava le lodi della merce esposta facendo dimenticare presto quel chiassoso banditore che parlava di prodotti a lui quasi estranei. Era avvolgente, ammaliante e furbo poche massaie lo lasciavano senza un sacchetto da un chilo al braccio. E subito tornava ad urlare.
Fu lui a stupirmi una volta che, sentitolo gridare di meloni, mi propose seriamente delle pesche. Ero nella rete, ma non lo sapevo ancora; mi avrebbe liberato di nuovo in mare aperto, ma non lo sapevo ancora. Amavo le pesche, dolci e compatte, da come le guardai Elio lo capì subito. Le aveva disposte come si dispongono i lingotti a Fort Knox. Ero goloso e non si nascondeva questa tendenza con facilità.
Guardai la frutta cercando di scegliere senza toccarla seppure, in fondo, avrei potuto prendere solo i frutti in cima a quella specie di piramide. Un passo a lato poi in punta di piedi, cercavo i segni di qualche ammaccatura o il passaggio di un vermicello, i difetti in somma. Erano sane e mature, ma cercavo il difetto. Amavo le pesche dolci e compatte ed Elio da dietro il banco aveva già il sacchetto in mano e lo stava aprendo preparandolo a ricevere delle pesche. Ero nella rete. Ne prese un po’, cinque o sei. Le pesò e disse: ‘faccio un chilo?’. Gli accennai d’aspettare come per dirgli che non avevo ancora capito quali avrei preso. Non ero spazientito dal suo atteggiamento, ma dovevo scegliere, non mi aveva lasciato capire quali fossero le pesche giuste. Mi avrebbe liberato di nuovo in mare aperto di lì a poco.
Mi guardò porgendomi il sacchetto e disse:
‘Se ti piacciono le pesche devi solo decidere se oggi ne vuoi o meno’.
Amavo le pesche ed in definitiva credevo avesse ragione, era stato un euro ben speso. Non aveva usato né garbo nella voce né cortesia nelle parole. Era stata comunque la frase più appropriata alla situazione.
Avevo camminato fin oltre il bar assorto in questo ricordo dal profumo fruttato. Entrai ed il nuovo profumo mi riportò in me, presi le tazzine e tornai all’ufficio cercando la miglior strada per non raffreddare troppo i caffè. Il vociare animoso della piazza mi accompagnò senza intromettersi troppo nei miei pensieri.
L’ufficio non era cambiato nessuno gridava e nessuno stava parlando con insolita confidenza col vicino, allora, con gentilezza, gridai: ‘paninibirra caffèborghetti’. Tutti si avvicinarono scegliendo ognuno il proprio caffè.
Ci restava il gusto della pausa ancora in bocca ed il compito di riprendere a lavorare con discrezione’
Ora la parte più difficile. Lessi a caso dall'elenco telefonico e scrissi sulla busta:
per Giancarlo Benedetto,
abitava in provincia a due passi da me e si sarebbe visto arrivare questa lettera da qui a pochi giorni, intanto affrancai con un francobollo vagamente artistico, di quelli che avrei voluto ricevere per collezionarli.
Il mio arrivo non era passato inosservato avendo spezzato di netto il silenzio del bosco. Qualche piccolo merlo si era tenuto a distanza, ma si notava, scuro, in controluce tra i rami, sono sicuro che mirassero al pane, quasi sicuro; non se ne avvicinò nemmeno uno, balzavano di ramo in ramo, silenziosi. Ormai ero nuovamente riposato e decisi di guardarmi intorno addentrandomi nel boschetto. Trovai tutto molto normale per essere un bosco, poche tracce di predatori e poche tracce di prede, la discrezione si poteva palpare e mi sembrò il caso di adeguarmi. A poca distanza da dove mi ero fermato mi si affacciò una terrazza naturale dalla quale soddisfare ogni brama di paesaggio. Non mi trovavo sulla sommità per godere di ogni vista possibile, però avevo gli occhi su di una distesa di acqua e vegetazione impressionante per la fluidità di sfumature e contrasti tra luce ed ombre. Avevo varcato il confine tra l'Italia e qualche paese esotico? in che posto ero arrivato?
Carico di entusiasmo e con gli occhi ancora gonfi di quelle viste superbe mi avviai alla bicicletta notando che il bosco sembrava più fitto e vivace. Arrivato sul punto dove lasciai la bicicletta trovai la stessa scena di merli indaffarati a scrutare le briciole sulle foglie pur senza avvicinarglisi, alcuni uccelli tenevano in bocca semi o qualcosa del genere e altri fissavano ora il pane ora i semi nel becco degli altri. Era una vera e propria comunità si stavano interessando alle briciole confrontandole con quello che solitamente mangiavano. Sembrava un atteggiamento molto curioso, troppo umano, ma il mio stupore si era omai perso tra la fitta vegetazione.
La bicicletta! sparita. Se non fosse stato per le briciole a terra potevo dire di essermi perso; non c'era la bicicletta, gli alberi erano diventati sfacciatamente floridi e il sole alto rendeva l'ambiente umido leggermente tetro. La mia bicicletta non era sparita, o meglio, era sparita, ma sovrastata dalla vegetazione che più che rigogliosa si era fatta invadente coprendo l'unica certezza del mio mondo, ero un prigioniero o un ospite o trattavano in quel modo tutti i passanti. Nessuno cui trasformare in domanda questa mia inquietudine.
Stavo, non avevo aspettative né timori, non mi sentivo assolutamente minacciato. Stavo, spettatore attento, ma anche attore, avevo la possibilità di andarmene, ma non la volevo sfruttare. Feci qualche passo in avanti, qualcosa successe: sentii cadere un seme come quello che tenevano i merli lo guardai e subito un'ombra da un ramo si precipitò ad impadronirsene. Giusto in tempo per riconoscere un merlo giovanissimo, minuto e spavaldo, senza futuro prossimo dato che dal folto smeraldo gli saettò addosso una lince spietatamente sbrigativa. Gli altri merli si stavano interessando alle briciole confrontandole con quello che solitamente mangiavano. Sembrava un atteggiamento molto curioso, troppo umano, ma il mio stupore si era omai perso tra la fitta vegetazione e con esso la predatrice.
Quel seme era stato un’esca. Forse la confusione mi faceva travisare gli eventi. Il pane non era stato toccato, si stava inumidendo di rugiada
La mia bicicletta! era ora di tornare a casa, di riposare. Avevo ancora una casa nei dintorni? Liberai il mio meccanico destriero dalla vegetazione senza troppe illusioni e mi avviai lungo il sentiero. Prospera fino a togliere il respiro la foresta era cupa, sorda e questo amplificava il rullio continuo delle ruote misto ad un fruscio cadenzato, non mi voltai nemmeno una volta a cercare di scoprire da dove provenisse perché ero sicuro fosse la lince. Rallentai solo quando vidi la vegetazione diradarsi, sentivo l'aria rinfrescarsi e non mi opposi alle asperità del terreno che deviavano casualmente la mia ruota, mi lasciai guidare fuori dal sentiero sforzandomi soltanto di mantenere l'equilibrio. Era ora di abbandonarsi al prato, un prato, adesso, mi stupiva ed il respiro rilassato mi faceva affiorare un sorriso in volto.
Un fruscio secco e senza una cadenza definita mi fece trasalire. Desideravo vedere qualcuno e ridere di gusto, ne sentivo il bisogno. Questo disagio si combinava confusamente con la stanchezza in un crescendo reciproco.
Con gli occhi a filo d'erba, pancia sotto, scorsi un foglio di giornale e m'affrettai a dargli la responsabilità dell'inquietante fruscio, per calmarmi nuovamente. Lo rincorsi e lo catturai e lo divorai con gli occhi sperando in una notizia che mi riportasse alla mia quotidianità, in mancanza d'altro lessi il mio oroscopo, il sole era basso, poteva anche non aver più valore:
'State in guardia perché il vostro cuore non si lasci sedurre e voi vi allontaniate, servendo dei stranieri o prostrandovi davanti a loro. Allora si accenderebbe contro di voi l'ira del Signore ed egli chiuderebbe i cieli e non vi sarebbe più pioggia e la terra non darebbe più i prodotti e voi perireste ben presto, scomparendo dalla fertile terra che il Signore sta per darvi…
…Nessuno potrà resistere a voi; il Signore vostro Dio, come vi ha detto, diffonderà la paura e il terrore di voi su tutta la terra che voi calpesterete.
Vedete, io pongo oggi davanti a voi una benedizione e una maledizione: la benedizione, se obbedite ai comandi del Signore vostro Dio, che oggi vi do; la maledizione, se non obbedite ai comandi del Signore vostro Dio e se vi allontanate dalla via che oggi vi prescrivo, per seguire dei stranieri, che voi non avete conosciuti.'
Le stelle sono sempre da interpretare, servirebbe uno pratico per i loro messaggi, ci pensai per tutta la discesa, poi giunto in piano, lo sforzo, in breve, mi distolse da certi ragionamenti e tornai a canticchiare motivi in accordo col ritmo della pedalata. Fino all'arrivo a casa canticchiai e con estrema naturalezza infilai la chiave nella toppa trovando tutto al proprio posto, il mio stupore si era omai perso tra la fitta vegetazione."
Questo è quanto mi venne da scrivere, non cercai un'introduzione o un saluto formale: il nome sulla busta sarebbe bastato a presentarmi al parroco di quando ero bambino. Si doveva ricordare di me dato che passavo quasi tutto il giorno ai giardini vicino alla chiesa.
Ora che sembro persino spavaldo in qualche manifestazione, incomprensibile alle volte, come incomprensibile ti potrà sembrare il racconto di come ci siamo conosciuti, mi crederai a stento:
Era il periodo in cui ero molto piccino e timido, facilmente non ti salutavo praticamente mai, al mattino, o almeno questo posso immaginare dei nostri primi incontri. Mi ricordo di altre cose e due in particolare.
Un ricordo, è addirittura in bianco e nero: stavo sdraiato sulla branda nell’ora del riposino pomeridiano, ero nella brandina, ma non ce la facevo a dormire.
Attraverso le tende pesanti che coprivano le finestre filtravano lame di luce ed il pulviscolo veniva messo ancora più in risalto dalla scia luminosa. Non so se gli altri intorno a me dormissero. Non ho idea se dormissi perché tenevi gli occhi chiusi, ma stringevi forte la copertina vicino alle spalle, in un’immagine in bianco e nero si notano questi particolari. Il pulviscolo saliva e scendeva, riposavamo tutti e anch’esso non aveva grandi occupazioni, in quel momento appariva come neve in una bufera, il clima, però, era più accettabile.
È stata quella la prima volta che ti ho visto, in inverno.
La maestra Franca faceva sempre in modo che diventassi rosso, rideva anche per quello, era bella quando rideva, virulenta. Tutti i grandi si divertivano a fare sempre la stessa domanda ai bimbetti simpatici, per coinvolgerli in una complicità che li faceva credere più simpatici a loro volta. E tu ce l’hai la fidanzatina? chiedevano, la maestra Franca non faceva eccezione ed era sicura di vedermi arrossire in quei frangenti. Da quel giorno che nevicava polvere magica tra di noi le ho sempre risposto di si col cuore, ma non ho mai avuto il coraggio di accennarle un si con il capo senza arrossire. Io e lei tanto ci capivamo benissimo. A quell’età basta un sorriso per innamorasi e lei rideva. Credo che non ridesse per la mia timidezza, ma per il fatto che un bimbetto di cinque anni avesse già scelto cosa fare da grande, per il colori in cui avvampavo quando credevo venisse scoperto il mio futuro. Era così diverso da quello degli altri da dovermene vergognare? Io arrossivo e lei rideva
Riuscivo sempre a far ridere la maestra Franca, anche quella volta che aveva organizzato la pesca magica facendo decine di bigliettini a forma di pesce con una molletta su di una pinna e dandoci le canne da pesca con una calamita in punta al filo.
Era già abbastanza difficile riuscire a pescare qualcosa e poi con le penitenze o i premi scritti sul dorso dei pesciolini in quattro pescate eravamo già tutti appallottolati a terra dalle risate. Credo che sia stato Patrizio ad accorgersi che sia il laghetto che gli scogli erano fatti di pongo. Siccome Luca stava ancora facendo il canguro per la penitenza precedente abbiamo distrutto il primo laghetto per fare un boomerang che puntualmente si incollò alla coscia del marsupiale, ormai la pesca era degenerata e anche quella volta la maestra prima di farci riordinare tutto si era fatta una sonora risata. Mica male come sistema.
Tu eri più piccina di me e la maestra non ti aveva comandato di mettere tutto il pongo nel secchiello e ci scambiammo un reciproco sguardo d’invidia. Poi la mia famiglia si è trasferita a Palermo. Solo mio nonno ci aveva tenuto legati a questi luoghi portandoci ogni tanto al parco montano a fare i pic-nic. Quanti salti e quante corse nel frattempo, ma era inevitabile che ti ritrovassi. Il primo amore non si scorda mai.
Mi stavo distraendo: tornare così tanto indietro coi ricordi mi distoglieva e mi lasciava in balia di questi che come raffiche di vento mi disorientavano. Per restare sobrio dovetti cambiare foglio, cambiare destinatario, la corrente mi stava spingendo altrove.
Era primavera e proprio per quello assolutamente inaspettato che una nuova compagna venisse aggregata alla classe ormai in vista della tanto desiderata maturità. Mi sembrava una ripetente, molto sulle sue, una ripetente ribelle, non appariva succube del suo destino era determinata fin da subito ad imparare. Una ripetente a maggio? Si era già avvolta di misteri appena seduta tra noi. E dire che mi era antipatica. Sembrava sapesse già tutto, e poi era piombata solo per il finale. Chi era? un fuoriclasse del liceo in visita dimostrativa alle classi per illuminarci su dove potesse portare lo studio?
No. Si era appena seduta e mi ero già costruito tutto un castello intorno a quella figura solo perché non aveva ancora guardato nessuno in volto ed era rimasta seria aspettando di essere presentata alla classe. Nulla di tutto questo, eravamo diversi, e per questo mi inquietava, non aveva fatto un'entrata come quella che probabilmente avrei fatto io, con grandi sorrisi e qualche commento piccante sui presenti. Io rompevo il ghiaccio tuffandomi di testa, lei si stava accertando che sotto il ghiaccio non ci fosse una vecchia nave incagliata prima del grande freddo. Si era trasferita seguendo suo padre, militare di professione. All'ora stava facendo tappa da noi.
Cercai di spiazzare il tempo pensando rapidamente a dove avessi un fazzoletto per assorbire le salatissime lacrime che bagnavano la fronte. Un sudore freddo ed incalzante. Finalmente passai la manica della maglietta per asciugarmi al meglio. Pensai subito a dove andare a cenare, qualche banco del mercato era in ritardo e ne approfittai per levarmi di mezzo il fastidio della cena con un po' di frutta. Tornai a pensare agli esami ed alle prime vacanze estive senza l'assillo della scuola. Avevo deciso di arruolarmi subito per poi essere libero di decidere della mia vita. Mi congedai con un mare di aneddoti da raccontare ai nipoti e senza saper cosa fare della mia vita.
In mio soccorso venne dal cielo un acquazzone estivo che mi costrinse a cercare rifugio in un tunnel della metropolitana. Stavo ripercorrendo troppo velocemente gli episodi della mia vita. Ero fradicio e stupito della violenza dell'acqua. mi sarei aspettato una nevicata data la stagione.
Il tempo era ancora lì, per niente sconvolto da quei repentini cambiamenti, sempre con me, ad insinuare qualche cosa, ad irridermi, sempre presente. Pur senza illudermi di scrollarmelo per sempre di dosso, cercavo almeno qualche attimo di totale solitudine, per potermi fermare e parlarmi schiettamente per decidere cosa fare della mia solitudine.
Muovevo gli occhi ed era sempre lì, mi voltavo indietro ed era già ad aspettarmi, mi seguiva ed anticipava ogni mia mossa. Il tempo fugge. E noi? Io non dovevo fuggirgli. Avevo tanto di quel tempo di fronte da poterlo guidare a mio piacere si doveva placare solo un attimo per permettermi di prendere la direzione, lo sentivo incalzante. Che lotta. Solo contro un nemico che non mi era neppure ostile.
Dovetti fingere di addormentarmi lì sotto la galleria che portava ai treni, in un cantuccio. Mi seguiva, ma sembrava disorientato senza alcun appiglio, procedeva lento e parallelo ai miei pensieri senza farli inciampare. Mi sentivo liquido, fluido senza limiti di movimento. Ero confluito nella mia stessa volontà, una miscela che si riversava nelle rapide intense di un fiume impetuoso, ora scorgevo tra gli spruzzi il tempo starmi dietro a fatica. Rallentai, tanto sarei stato raggiunto inesorabilmente dal mio compagno di viaggio. Lo stavo trascinando verso casa col preciso intento di sfruttarlo per parlare a tutte le persone che avevano avuto un peso nella mia vita. Ero lì grazie a loro. Nessuna di queste persone era lì con me. Dovevo raggiungerle, tutte, e mi premurai in fretta di trovare il loro indirizzo per scrivere a ciascuna una lettera appassionata. E mi scopersi pervaso di un'euforia indecente, fogli ne avevo, cose da dire e destinatari non mi mancavano. I primi pensieri li spesi subito per Paola. Lucidamente disperato stavo facendo l’ultimo tentativo, un colpo di coda del mio orgoglio cercava di ingannarmi, lo lasciai fare, adesso volevo proprio vedere fino a che punto poteva arrivare; presi il primo foglio scritta la data incominciai subito a rivolgermi a lei col miglior cuore che mi fosse mai capitato in petto.
Scendendo le scale non mi sentivo neppure più gli occhi dei vicini addosso. Reciso, di netto, coi petali che già appassivano ed il polline che sembrava fosse stato lanciato via con rabbia, nella caduta, ad infarinare con armonia il piano di cristallo.
Castore e Polluce. Senza avere un'idea di come fossero stati mi ricordavano Castore e Polluce. Polluce portò una rosa fresca e la mise nel calice al centro del tavolino, quasi tremava ed inspiegabilmente trattenne il fiato dando a quel gesto un peso che non poteva avere. Poi con una calma sincera quanto l'agitazione appena trascorsa mi porse la lista delle vivande. Un piatto unico ben caldo sarebbe andato benissimo. Il mio Castore si faceva aiutare dalla sua gemella anche ai fornelli. Erano affiatate e non ci badavano, ma nessuna delle due invadeva i compiti dell'altra viaggiando in un sincrono spontaneo che ricordava molto un amore collaudato. Quando il mio Polluce portò il piatto si riaffacciò con quell'agitazione fuori luogo, posò il piatto lo ruotò per presentarmi al meglio la disposizione degli ingredienti. Nuovamente, con un'affabilità che solo la serenità concede, mi augurò buon appetito. Un bel tono, brillante. Quella frase voleva proprio dire che sperava avrei gradito il piatto. Magari non avrebbero mai portato in salvo una nave in difficoltà o non avrebbero mai avuto un riflesso eterno nel cielo sellato, ma coi clienti ci sapevano fare. Polluce aveva un che di inquietante, ma quell'agitazione non mi trasmetteva agitazione, con la dolcezza era capace di trasformarla in un tratto tenero del suo carattere. Vedevo che anche con gli altri clienti aveva le stesse premure e gli identici timori
Non potevo continuare a chiamarle Castore e Polluce, allora chiesi il conto e quando si avvicinò la fermai toccandole il polso. All'istante pensai che, imprevedibile come mi era sembrata avrebbe potuto sorprendersi e scattare. Tutto al contrario: si fermò fluidamente, come se avesse già pensato a quell'eventualità. Le chiesi di sedersi un attimo al tavolo con me. La mia confusione non permetteva molti ragionamenti, pensai solo alle immagini di quelle ultime ore, erano già diventate ricordi, li stavo già dilatando e deformando, ripulendo, legandoli in una sequenza che, mi stavo ingannando, gustavo come se avesse rispettato le aspettative. In realtà nulla era stato previsto o desiderato. Speravo non vedesse i miei occhi che stavano scorrendo il mio recente passato: Paola, il giglio, la rosa, le mie dita sul polso di Polluce. Polluce, dov'era? l'avevo fatta sedere e poi mi ero assorto nel passato. Ero proprio sconvolto.
Si sedette di fronte a me posando il biglietto del conto sotto la rosa, senza tremare. Si era portata un bicchiere pulito, forse era intenzionata a parlare a lungo. Volevo solo chiederle il nome, per curiosità. Mi disse di chiamarsi Bassam. Avevo impiegato molto più tempo del solito a mangiare, ero rimasto l'ultimo cliente di Castore e Bassam. Pensando questo dovetti urgentemente chiedere anche il nome della gemella, sarebbe stato un ricordo troppo surreale pensare alla tavola calda di Castore e Bassam. Hraji dalla cucina fece un cenno cordiale mentre ripuliva l'ultimo tegame, lo ripose con gli altri e si avvicinò con una nuova bottiglia ed il suo bicchiere.
Non raccontai nulla del mio recente passato per il motivo che Bassam e sua sorella mi facevano sentire a mio completo agio. Parlammo fino a tardi, interrompendoci solo per il loro momento di preghiera. Loro parlavano di cucina, di come riuscissero ad abbinare i piatti proposti ai visi dei clienti con sufficiente precisione e anche con me Hraji non aveva sbagliato. Era un gioco innocente, molto rispettoso verso chi entrava alla locanda, in altri giorni avevo provato a farlo anche io, da cliente, ma non avevo né l'occhio necessario, né la possibilità di verificare la correttezza dei pronostici.
Ci alzammo a notte fonda quando Bassam disse che era ora di fare il pane. La cuoca mi chiese se volevo imparare a fare il pane con la loro ricetta, quando dissi loro che per me era una grossa novità, non mi risposero in altra maniera che indicandomi dove potermi lavare le mani e trovare un grembiule pulito. Anche Hraji era molto cortese e mi seguì molto per insegnarmi a muovere i primi passi in quella cucina stranamente ospitale, spoglia, ma rivestita di mattonelle con vari motivi che lasciavano fantasticare sulla storia di quel luogo.
Albeggiava e Castore e Polluce avevano cantato ininterrottamente per tutto il tempo in cui avevamo preparato il pane, cantavano canzoni tristi con un ritmo brioso quasi ad irridere espressioni di lutto e delusione. Improvvisavano le parole e dopo che una aveva centrato l'argomento l'altra proseguiva con naturalezza, come se fosse la prima a suggerire le parole. Il mio Castore ed il mio Polluce. Hraji e Bassam. Era ora di andare a riposare. La mia vita era cambiata abbastanza quella notte e non c'era neanche stata la luna a testimoniarlo.
Mi congedai brevemente dalle mie ospiti per rifugiarmi in un albergo in fondo alla stessa via, una doccia calda mi attendeva ristoratrice e portatrice di dolci sogni. Fatta la doccia mi buttai nel letto e dormii pesantemente; al risveglio i sogni non avevano lasciato una scia di calma nella mia anima, la doccia mi aveva tradito. Del resto la mia vita era cambiata abbastanza la notte passata e non c'era neanche stata la luna a testimoniarlo così tutto insieme era tornato a galla inquinando visibilmente il mio sonno: Paola, il giglio, la rosa, le mie dita sul polso di Polluce, il pane fresco, il getto della doccia.
Tornai alla tavola calda per cena e mi sedetti nuovamente al tavolo sette. Puntuale arrivò la rosa, ma non riconobbi il polso, fu Hraji che me la porse con un sorriso appena accennato e gli occhi che riflettevano il mio stupore.
Il primo pensiero che ebbi fu per Paola, era ancora nella nostra casa, ci saremmo incontrati alla stazione per il ritorno a casa solo l’indomani. Sarei tornato al mio lavoro con molti cambiamenti ed il profumo del pane della tavola calda. Parigi aveva sedimentato nella mia memoria immagini fantasiose e altre tremendamente concrete. Il passato con le sue inutili certezze sarebbe stato li affianco a me sul treno, mentre tornavo alla mia nuova realtà.
La mia compagna di viaggio per il ritorno la conoscevo bene, ci salutammo e spesi volentieri i primi trecento chilometri a ripensare ai nostri ultimi colloqui. Per il resto del viaggio pensai all’ultima sera a Parigi.
Non ordinai, riportato al presente dal sorriso di Hraji, chiedendole di abbinare al mio personaggio qualsiasi piatto le fosse parso. Dalla cucina ricevetti un cenno cordiale dalla gemella che oggi canticchiava dolcemente preparando le ordinazioni, i soliti canti di fantasia.
Il solito piatto di fantasia, spezzatino di agnello condito con senso scenico notevole. Serata di stanca per il locale, alle dieci era già svuotato. Hraji venne al tavolo per sedersi, cantando, persi di nuovo la nozione dei miei pensieri ed il tempo scorse inafferrabile. Bassam accompagnava i canti della sorella ed io le osservavo compiaciuto. Quando dalla strada non sentii più provenire alcun rumore mi accorsi dell’ora tarda e cercai di congedarmi dalle sorelle. Basam mi portò un’altra porzione di dolce di mandole ed un bicchiere di the. Allora mi accomodai mollemente sulla sedia e guardai intorno soffermandomi sull’arredamento: assolutamente scarno, nessuna decorazione, c’era ben poco da guardare e per questo forse era così attraente. Quelle due ragazze riempivano talmente quel luogo con la loro presenza che mi ci vollero mille chilometri per rendermi conto di quanto fosse semplice quell’ambiente.
Era tardi, non mi fermai per fare il pane quella notte, mi affrettai a tornare all’albergo per fare i bagagli, salutai caldamente Bassam e Hraji, congedandomi ricevetti mille segni di ossequio e speranza di ritrovarci insieme.
Ormai il paesaggio dal finestrino era quello familiare delle colline che trafiggevo sovente in bicicletta. Paola non era più affianco a me, mancava anche il suo bagaglio, eravamo già partiti con due valigie distinte e poche cose in comune sulle quali delicatamente avevamo evitato d discutere temendo nuove ferite. Il lavoro mi attendeva nuovamente, ma non le mie abitudini.
Correvamo verso il nuovo anno ed inaspettatamente, intercettai un pacco rivolto a me dalla Francia. Era delle gemelle. Non potevo sottrarlo al circuito postale. Lo ricevetti due giorni dopo, a casa non si respirava l’aria del Natale, ma aprendolo sorrisi e mi stupii di ricevere un piccolo presepio, da loro poi. Lo posi in un angolo della cucina dando alla casa un’aria nuova, insolita e certamente più calda e accogliente; quella scena, entrando, dava la sensazione che fosse una casa abitata.
Non so nemmeno io come abbia fatto a trovarmi in quella posizione, che ora sarà stata? Appena sveglio ero in piena confusione, mi lasciai ricadere con tutto il peso sul cuscino accartocciato. Adesso non sarei riuscito più ad addormentarmi. Il buio di fuori schiariva piano piano, mentre pensavo a quello che credevo di aver rivissuto; ora che l'agitazione andava scemando certe situazioni riuscivo a ricollocarle nella giusta dimensione, era stato solo un sogno, ma era riaffiorato dopo undici anni di abisso, è proprio il caso di dirlo, spuntando in una notte torrida, che non sembrava promettere un'alba. Questo agosto era proprio caldissimo, magari è stato il disagio portato da quest'afa a farmi ritornare con la mente in quella sala macchine; mi pareva chiaro che, anche quella volta, la mente avesse mentito. Là sotto, come ora, non avevo mai trovato il sistema di riconoscere il passare del tempo e farmi un'idea di che ora fosse, avevo viaggiato per miglia e miglia senza conoscere nessun luogo sempre agli ordini di qualche sbarbatello imbarcato dall'Accademia per fare pratica. Da noi venivano solo quelli destinati agli alti comandi in un futuro prossimo.
Tante miglia senza sapere se le onde si stessero facendo ombra col nostro scafo o se spumeggiassero briose tra i fili di luce lunare. Nel locale delle turbine elettriche mancava pure la ventilazione forzata ed il caldo era veramente insopportabile. Faceva talmente caldo intorno a quei tremendi mostri roventi che i medici di bordo scendevano in sala macchine di persona per portarci gli integratori salini (che al tempo si limitavano a semplici compresse di sale ricavate dai dissalatori delle pompe) e noi li accoglievamo con le divise segnate da candidi aloni di sale sullo sfondo blu.
Il rumore delle macchine era assordante ed il sogno me lo aveva ricordato completamente e chiaramente, ora ero ben consapevole che anche l'inferno lo si può affrontare col sorriso. Vivendo un'esperienza simile non me ne ero reso conto. Il sogno mi aveva rivelato la realtà. Sia al caldo che al rumore mi ero abituato, però preferivo la pausa in coperta, anche con la pioggia, mi bastava smettere di soffocare là sotto, È proprio inzuppato di pioggia che porto con me un ricordo che allora mi estasiò: stavamo navigando a vista e tutto pareva tranquillo, gli ordini erano radi e poco frenetici e, ottenuto il cambio, non andai neppure alle cucine per pranzare, o cenare. Salii in coperta e mi misi a guardare terra, dal mare è eccezionale, la puoi quasi toccare! Era proprio ora di cena il sole calava sull'acqua alle mie spalle. Non volevo stare a contemplare un romantico e fulgido tramonto col rischio di esaurire il mio entusiasmo in struggenti ricordi romantici. Sulla terra ferma le case scorrevano ad una certa velocità. Ben presto della pioggia non rimase che uno strano profumo che veniva dalla costa poco distante. Strano perché in mare gli odori sono sempre altri, specie quello della pioggia, quello era quasi un elemento onirico.
Rotta verso sud, nel mediterraneo, su un incrociatore, a circa l'ottanta percento della sua velocità non poteva voler dire molte cose. Quel povero ufficialetto imbarcato la scorsa settimana non era stato fortunato, se era vero che ci aspettavano altre due settimane di lavoro serrato era difficile pensare di non trovarsi in operazioni di supporto alla flotta americana nel golfo.
Dovevamo comunque arrivare ancora a Suez, anche nel nostro mondo parallelo sottocoperta avremmo riconosciuto quel passaggio così innaturale persino per una macchina.
Mentre pensavo a questo e la mente viaggiava, gli occhi si fissarono a terra, penso sulle cupole dorate di una moschea, brillavano intensamente; la spianata delle moschee? possibile? possibile che non riconoscessi quasi le case sulla costa dalle rocce squadrate del litorale e riuscissi a vedere la Città Santa? cosa stava capitando? la sirena mi distrasse con una rabbia fuori luogo.
Ancora affamato corsi immediatamente al mio posto. Dalla sala motori attraverso le lamiere che vibravano arrivava un solo comando: 'Fermare i motori!' tutti intorno a me non facevano che ripetere queste parole: 'fermare i motori!': le statue di sale intorno a me si animarono ed uscendo dalla routine si notava tutta la loro fragilità, lo smarrimento nel muoversi tra tubi e boccaporti normalmente considerati come elementi di un 'utero' artificiale. La nostra madre si stava arrabbiando e gli ufficiali, con tutta la loro autorità non provavano neppure a calmarla, anzi la sostenevano nell'ira con parole che ci spronavano a darle manforte contro la nostra naturale propensione. Anche Renzo che correva verso gli alloggi degli ufficiali gridava: 'Fermare i motori!'. Non ho mai compreso come si definisse il suo ruolo però sapevo che non era mai un buon segno vedere che correva all'impazzata tuffandosi attraverso i passi d'uomo dei corridoi. Era agile, piccolino e non si lamentava mai, restava tutto il giorno a passare il tempo con chi era in pausa, nei primi giorni credevo fosse il figlio di qualche ammiraglio che lo aveva ' imboscato' per fargli passare la naja senza fastidi. Non era così, il suo compito era semplice, ma andava eseguito molto rapidamente: doveva fiondarsi immediatamente, come un salmone, tagliando il flusso di tutto l'equipaggio, nelle cabine degli ufficiali a riempire i lavandini di acqua, non appena ne avesse ricevuto l'ordine. Gli ufficiali erano gli unici ad avere i lavelli in ceramica, i nostri erano conche di lamiera con un tubicino che sputava acqua più o meno a comando. Riempire i lavelli di lamiera non sarebbe servito a nulla, ma questa operazione avrebbe salvato, assorbendo l'onda d'urto, tutti quelli di ceramica, nel momento in cui avessimo iniziato a cannoneggiare. Vedere Renzo correre mi aveva comunque tolto l'entusiasmo per aver intravisto le cupole della moschea, pensare di sparare al tramonto mi avrebbe reso, per lo meno, più tranquillo, 'un'altra esercitazione' avrei pensato ' se ritardo di un secondo a fermare i motori, male che vada, bucheremo l'onda sbagliata'.